I NOSTRI RACCONTI

10.12.2012 17:25

I RACCONTI DEL CARABINIERE

Ha inizio da questo mese una rubrica dedicata ai nostri racconti. Tutti i soci in congedo e in servizio possono scrivere la propria storia. Basta spedirla a questa Sottosezione. L’argomento può anche non essere militare, possiamo raccontare quello che ci pare, nel rispetto dei colleghi che ci leggono, dell’Arma Benemerita e delle Istituzioni civili e religiose di qualunque fede.

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PRIGIONIERI DI GUERRA

Carabiniere Poma Lorenzo

Medaglia d’Onore

Il carabiniere Poma Lorenzo nasce il 21 gennaio 1920 nella casa canonica dello zio parroco di S.Marco, popolata borgata di Monte San Giuliano. Figlio di Antonino e di La Grutta Giuseppa, di antica e agiata famiglia, è originario di Buseto. Lo zio parroco vuole fare del giovane Lorenzo un prete, ma il nipote è d’idee diverse. Appena compiuti diciassette anni, abbandona gli studi e si arruola volontario nell’Arma Benemerita. Sono anni difficili segnati dalla guerra. Frequenta il corso di allievo a Roma presso la Scuola Allievi Carabinieri. Alla fine del corso è destinato al fronte Greco-Albanese. Rimpatriato è trasferito alla Legione Carabinieri Reali di Catanzaro, dove presta servizio territoriale. Accetta un’interpellanza per Tolone nella Francia occupata. In quella città è costituita una compagnia carabinieri per la vigilanza sul porto militare, dove il 27 novembre 1942, su ordine dell’Ammiragliato della Francia di Vichy, al fine di evitarne la cattura da parte della Germania nazista, si era autoaffondata buona parte della flotta francese. Nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell'Armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943, l’intera compagnia carabinieri è disarmata dai nazisti e deportata in Germania. In Italia nasce la Repubblica Sociale con a capo Mussolini. Il carabiniere Poma Lorenzo, fedele al Re, rifiuta risoluto di collaborare con i nazisti e i fascisti della Repubblica Sociale, e pertanto è internato in campi e installazioni "punitive", dove è sottoposto a durissimi soprusi e crudeltà. I prigionieri, ritenuti traditori e destinati alla morte, erano sottoposti a un trattamento disumano, con frequenti punizioni di carattere corporale che in alcuni casi provocavano lesioni mortali. Pessime le condizioni nelle baracche prive di servizi igienici. I prigionieri che accettarono di lavorare per l’industria bellica tedesca ricevettero un trattamento diverso: un pezzo di pane in ricompensa di una dura giornata di lavoro. Bisogna riconoscere che furono tanti gli ufficiali e soldati che rifiutarono di barattare il proprio onore con un pezzo di pane, opponendo ai nazi-fascisti una resistenza attiva e passiva all’interno dei lager, organizzando unità eversive e perfino delle radio clandestine. Buona parte di questi morì in prigionia di fame, di stenti e d’indescrivibili supplizi fisici e morali. Non è stato stabilito ufficialmente il numero dei militari italiani deceduti durante la prigionia, le cifre oscillano tra 37.000 e 50.000. Purtroppo alcuni nomi di questi eroici militari italiani sono rimasti ignoti. La Repubblica Italiana, il 19 novembre 1997, ha accordato la Medaglia d’Oro al Valor Militare all’“Internato Ignoto” morto in prigionia. Il carabiniere Poma Lorenzo sopravvisse per miracolo, salvato appena in tempo dall’arrivo degli alleati quando ormai, ridotto a pelle e ossa, affetto da TBC polmonare e pleurite alle spalle, pesava meno di quaranta chili. Iniziava per lui e per centinaia di prigionieri italiani la dura odissea del rimpatrio. Alla fine della guerra erano circa 850.000 gli italiani in Germania e in Austria. Il rimpatrio solleva problemi a dir poco drammatici. II crollo del Reich pone, infatti, gli alleati in una situazione assai complicata: di fronte a loro, in mezzo alle rovine, si trovano circa sette milioni di vittime del nazismo (soldati e deportati), ai quali si aggiungono circa dodici milioni di tedeschi in fuga dalle zone occupate dai russi. Agli alleati, liberati i campi, l’incarico gravoso e pietoso di occuparsi dei sopravvissuti, nutrirli, curare i feriti e i malati più gravi. Per gestire il rimpatrio furono creati nell'Italia settentrionale quaranta centri d'accoglienza. Questi centri di smistamento erano collegati con le stazioni ferroviarie di Modena, Bologna e Firenze. Il 6 giugno fu riaperta la ferrovia del Brennero, da cui cominciarono a defluire circa 3.000 italiani il giorno, numero che aumentò a 4.500 da agosto. Nello stesso periodo furono riaperti i varchi svizzeri del San Gottardo e del Sempione, da cui defluirono molti altri ex internati. Immaginiamoci i disagi, le peripezie dei nostri militari per raggiungere l’Italia su treni merci sovraccarichi, costretti a viaggiare a rilento per le linee disastrate dai bombardamenti. Il carabiniere Poma Lorenzo, passata la frontiera, non potendo per nulla per le sue gravi condizioni di salute proseguire il difficile viaggio per il Sud, fu ricoverato all’Ospedale di Verona. Passarono mesi prima di esser dimesso. I genitori ormai disperavano di rivederlo vivo. Nel mese di settembre del 1945, come Dio volle, raggiunse finalmente il suo paese. Ottenne una lunga convalescenza al termine della quale fu destinato alla stazione Carabinieri di Cerda. In seguito fu trasferito alle stazioni Carabinieri di Caccamo e Termini Imerese. Intanto, alla fine della guerra, una nuova disgrazia calava inesorabile sul popolo siciliano: le imprese del famigerato bandito Salvatore Giuliano legato al moto politico separatista siciliano. Molti carabinieri caddero in agguati ad opera degli uomini di Giuliano. Furono assaltate le caserme dei carabinieri di Bellolampo, Pioppo, Montelepre e Borgetto, e alcune furono anche occupate. Fu costituito per catturarlo l'Ispettorato generale di Polizia in Sicilia, ma con scarso successo. Le azioni del bandito furono sempre più intraprendenti. Nel gennaio 1946 attaccò perfino la sede della Radio di Palermo. Ancor prima della guerra, una sorella del carabiniere Poma Lorenzo, Giovanna, si era trasferita a Carbonia in provincia di Cagliari, dove il marito, Pagoto Antonio, originario di Ballata, frazione di Monte San Giuliano, aveva trovato lavoro come autista del direttore della Carbosarda. Nel 1948, Lorenzo decise di trasferirsi in Sardegna, vicino la sorella. Sposò una compaesana, Tobia Benedetta. In Sardegna sono nati i figli Antonino (1950) e Giuseppa (1957). Nel 1959 ottenne dall’Ospedale Militare di Cagliari la riforma per le malattie contratte in prigionia. Il giorno dopo fu assunto, quale invalido per servizio, alla Banca del Popolo di Trapani. E’ stato cassiere all’Agenzia di Buseto Palizzolo e di Custonaci, sino al pensionamento. E’ stato iscritto sin dal 1959 all’Associazione Nazionale Carabinieri, Sezione di Trapani. Un infarto ha stroncato la sua travagliata vita nel luglio del 1991. E’ rimasto fedele all’Arma sino alla fine dei suoi giorni.  Alla sua memoria, il 27 gennaio 2010, il Presidente della Repubblica ha conferito la Medaglia d’Onore quale carabiniere fatto prigioniero, deportato e internato in lager nazista.

Dr. POMA ANTONINO

(Sottotenente dei CC. (r) Cpl)

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I GARIBALDINI DI BUSETO

Tratto dal libro “I “picciotti” di Buseto”

del dr Antonino Poma.

La mattina di venerdì 11 maggio 1860, le campagne di Buseto pullulavano di vita, quella dei contadini. Verso mezzogiorno in direzione di ponente, verso Marsala, si udirono lontani dei boati: «Sono cannonate!» - qualcuno gridò. Il sole baciava le contrade, si sentiva già l’aria dell’estate. In alto i nuvoloni strisciavano lenti e leggeri, si strappavano qua e là scoprendo pezzetti di cielo azzurro. Era una bella giornata! I colpi di cannone furono avvertiti in quasi tutti i paesi dell’entroterra, sino a Calatafimi, terra che presto verrà macchiata del sangue degli eroi. Da Calatafimi, il comitato segreto dei patrioti inviò un corriere a Marsala per informarsi dell’accaduto. Si pensò subito ad un’altra sollevazione. Le notizie erano incerte. Dappertutto la gente era pronta a rivoltarsi. Quella notte le montagne sembravano brulicare di ribelli: i fuochi accesi erano tanti e davano coraggio alle popolazioni, scoramento e paura ai soldati borbonici. Nella nostra borgata le sanguinose insurrezioni di popolo del 1820 e del 1848 erano passate quasi inavvertite. La vita dei nostri antenati, che nel corso del primo Ottocento vissero nelle nostre povere campagne, era trascorsa più che altro sul piano della quotidianità, lontana dai grandi fermenti. I tempi erano maturi. La mente della rivolta risiedeva nel popolo tutto: Garibaldi ne era l’emblema, la miccia che innesca la rivoluzione. Buseto era in quel tempo feudo dei Fontana e dei Bonura, due grosse famiglie borghesi, imparentate fra loro. Il paese contava circa 1.100 abitanti. Chi ha recato maggior lustro e decoro al nostro paese nel periodo storico del Risorgimento è sicuramente Giuseppe Bonura. A Giuseppe Bonura, va riconosciuto il merito di aver educato i busetani allo spirito unitario, destando in loro un primo embrione di coscienza nazionale. Il nostro piccolo paese di fatto diede un notevole contributo alla causa del Risorgimento italiano. Lo prova la nutrita schiera di picciotti che si unirono a Garibaldi. La storia ha sino ad oggi ignorato la vicenda del manipolo di volontari busetani, che con coraggio, con generosità, e col loro sangue, fecero l’Italia, se è vero che l’avventura dell’Italia cominciò da Calatafimi. Immaginiamo, dunque, quello che accadde quel 12 maggio 1860 nel nostro paese. Mario Palizzolo, trapanese, aggregato alla spedizione dei Mille, invia da Marsala un messaggio all’amico Giuseppe Bonura: «Garibaldi è sbarcato! Raduna gli uomini, quanti più puoi e unisciti a noi sulla via per Salemi! ». Il Bonura senza indugio raggiunge l’amico Giuseppe Coppola, la dove lo aveva nascosto ai gendarmi. Insieme organizzano la spedizione. Coppola sul Monte aduna i volontari. Bonura corre nelle sue terre, a Buseto, dove conta di poter riunire una squadra con i suoi fedeli contadini. A Buseto prende subito contatto con il cugino Giuseppe Bonura, col genero Giuseppe Fontana, con Stefano Maranzano e altri amici e parenti. Tutti si danno da fare a radunare quanti più uomini possibile. Arriva a dargli manforte anche il figlio Pietro Bonura, che si trovava a San Vito. Fra i primi ad accorrere, Vito Pollina, suocero di Pietro Bonura, e i figli Ignazio e Pietro. È l’Ave Maria, bisogna far presto. Bisogna esortare gli uomini, convincerli che l’ora della rivalsa è scoccata. L’adunata davanti al sagrato della Chiesa Madre. La nostra Chiesa è la in alto al paese, tra il verde cupo dei fichi d'india e degli aranci cosparsi per il declivio, popolato di viti e oliveti, una chiesuola, un umile eremo. Ivi i contadini, prima e dopo il faticoso lavoro, si recano a pregare e a implorare grazie pel prosperoso raccolto. Ivi tutto il popolo di Buseto, nelle grandi calamità o quando un pericolo minaccioso incombeva, si raduna a supplicare ausilio e perdono dalla gran Madre Maria. Ai nostri contadini, svegliati di soprassalto, tornano in mente le cannonate udite nei campi la mattina a mezzo giorno. «Allora è la guerra! Questa volta si fa sul serio! ». Dopo un’ora si presentano un gran numero di persone, uomini, donne e bambini. Bonura è sulla porta della chiesa. «Vi porto buone nuove, sentite!». Si fa calca attorno a lui, per cui continua il suo breve discorso animosamente: «Sentite, il generale Garibaldi è sbarcato con le sue le truppe a Marsala. La città liberata è in festa. Occorre che andiamo armati a dar manforte al generale che marcia per Salemi. Dal Monte, da Trapani e da tutti i paesi partono volontari. Voi che fate? Vi manca il coraggio? Siete uomini?». Gli animi dei paesani s’infiammano: «A morte i borboni, andiamo ad ammazzare chi ci ha affamato!». Non è esattamente così che si svolsero i fatti, ma mi piace immaginare che così fu. Sta di fatto che una squadra di volontari da Buseto partì sul serio agli ordini del Bonura, seguendo il grosso dei volontari di Coppola, e con questi si riunì, all’alba del 13 maggio, alla colonna di Garibaldi in località Rampigallo. Due giorni dopo, a Calatafimi, l’epica battaglia che consegnerà alla Storia i nostri valorosi concittadini. Pur non conoscendo episodi e fatti particolari che ne rivelino l'eroismo, i «picciotti» busetani fecero di sicuro il loro dovere in quella gloriosa giornata. La prova si ha nel fatto che più di uno di loro col suo sangue imporporò le zolle del fatidico colle, ove più violenta fu la battaglia, e per questi atti d’eroismo furono insigniti di medaglia al valore. Fra questi cito:

-          Coppola Giovanni Battista, ferito alla mano sinistra;

-          Maranzano Stefano, medaglia di bronzo;

-          Pollina Pietro, medaglia di bronzo;

-           Pollina Vito, medaglia di bronzo.

Eleviamo, dunque, ora le nostre Bandiere, le nostre voci e i nostri cuori e rendiamo onore ai volontari «garibaldini» della generosa terra di Buseto Palizzolo.

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UN CAVALLO IMBIZZARRITO

Fatto realmente accaduto

Ai nostri giorni non capita spesso di incontrare un cavallo per strada, e ancora meno un cavallo imbizzarrito. Ebbene è successo al sottoscritto il giorno 28 novembre 2006, alle ore 16,00 circa, nella trafficata via Palermo di Buseto Palizzolo. Stavo recandomi al supermercato alla guida della mia “fuori serie”, Fiat 500, quando ho avvertito uno scalpiccio pesante. Incredibile! Ero inseguito da un cavallo imbizzarrito! Dietro e davanti di me gente che correva al riparo atterrita, macchine che frenavano e si buttavano di lato col rischio di fracassarsi l’una contro l’altra. I soliti clienti davanti al bar si rifugiarono coraggiosamente dentro. Nessuno intervenne per fermare la povera bestia, sicuramente spaventata ancor più degli uomini. Mi fermai con la macchina di traverso sulla carreggiata, ma il cavallo passò lo stesso saltando sul marciapiedi e proseguendo la sua atterrita corsa. Continuai l’inseguimento a piedi. Correndo avvertivo nell’aria l’odore di stalla e di cuoio del cavallo, il suo sudore di stanchezza e l’agitazione. Bisognava stargli dietro e prendergli la cavezza, se si poteva, o un orecchio, se proprio non si calmava. Per fortuna l’animale si avviò sulla stradina che porta al Baglio Fontana e proprio lì finalmente riuscii a raggiungerlo e fermarlo. Gli parlai e lo accarezzai sul muso, dandogli piccole pacche sul collo. Era bello, grande, con le gambe tanto snelle che sembrava si spezzassero e una lunga criniera ondulata. Aveva l'occhio sgranato di paura, schiuma bianca intorno alla bocca e sul collo. I muscoli gli torcevano a scatti la pelle. E il cavallo sembrò calmarsi, poco a poco, ritrovare l'amico uomo. Allungai una mano verso la corda che pendeva giù dal collo, e il cavallo aspettò paziente che lo legassi ad una albero. Fece poi una mezza giravolta e, con calma, si mise a mangiare l’erba. Non mi restava che cercare lo sprovveduto padrone. Cercai fra tutti quelli che a Buseto avevano un cavallo e alla fine lo trovai. “E' scappato, maledetto! Bestie buone solo a farne polpette”. Brontolava il padrone mentre lo accompagnavo dal suo cavallo. Chi sa poi chi fra i due era la bestia.

Dr ANTONINO POMA

S.Tenente dei CC.cpl. (r)

 

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UN UOMO FORTUNATO

Novella inedita del dr Antonino Poma

Tramandate oralmente da generazioni a generazioni le credenze popolari rappresentano l’identità culturale di un popolo, scandendo le tappe fondamentali della vita quotidiana.

Le credenze, più di ogni altra cosa ci permettono di far rivivere il mondo degli antichi, e di scoprirne usi e costumi.

Una di queste narrazioni tradizionali, tramandata di generazione in generazione, mi fu un giorno raccontata da mio nonno Antonino. Quanto erano belli quei racconti, quelle storielle del folclore contadino che i nostri nonni ci raccontavano intorno al fuoco, nelle notti d'inverno, quando non c'era ancora la televisione.

L’aneddoto parla della Morte, un argomento che preferiamo tutti ignorare.

La morte è certamente un elemento che spaventa, a causa delle incognite che porta con sé.

Una celebre massima di Eraclito ci invita a «vivere di morte, morire di vita».

Se pensate che questa storia vi spaventi, non leggetela. Se la leggerete, cercate di trarne un qualche insegnamento.

Sotto un fastello di legna, non meno che sotto il peso degli anni, un pover’uomo, curvo, accasciato e stanco, andava trascinando il doloroso fianco verso la sua umile casa.

Camminando fra se borbottava: «Quale dura sorte in questo mondo scombinato il cielo mi ha riservato! La mia vita è tutta un affanno, sempre in cerca di un pezzo di pane; la moglie, i figli, i debiti, le tasse, solo angherie e preoccupazioni, altro non conosco».  

Davanti a lui, a passo severo, procedeva uno strano essere dall’apparenza umana, avvolto da un mantello nero, il viso coperto dal cappuccio e una falce in mano. Quella stramba sembianza, raggiunta che ebbe il pover’uomo, con voce ghignante si rivelò: «Sono la Morte! Sono qui perché il tuo misero tempo è finito!».  

L’uomo con tono angosciato implorò: «Ho Morte impietosa sei proprio sicura di voler prendere me, misero individuo? Vuoi tu dunque togliermi l’unica cosa che mi resta a caro patimento: la mia futile vita? ».

«Pover'uomo, mi fai pena» blaterò la Morte. «Tu fammi trovare prima dell’alba prossima un’altra anima e ti lascerò ancora campare! All’albeggiare passerò davanti all’uscio di casa tua e chi troverò, porterò con me».

La Morte sparì, mentre nel cuore del poveretto comparve un’immensa trepidazione.

«E ora che farò, a chi mi rivolgerò», barbugliava l’uomo. «Ho se avessi tanti soldi, potrei comprare la vita di qualche poveraccio! Non mi resta che affidarmi alla misericordia del mio più caro amico e compare».

Il compare, al quale il destino aveva riservato altrettante pene e poco pane, con moglie e figli da sfamare, con le lacrime agli occhi gli disse: «Caro amico, pensa tu se la Morte dovesse bussare anche alla mia porta. Senza di me si porterebbe uno dei miei figli. E tu vuoi che ciò accada?».

Il compare aveva ragione. Rassegnato, il pover’uomo, tornò a casa che già imbruniva.

La moglie era sulla porta ad aspettarlo preoccupata per il ritardo.

«Ascolta», proruppe l’uomo di colpo, senza guardare la donna in faccia, «questa notte verrà la Morte a prendermi. Mi lascerà vivere se troverò un’altra anima disposta a occupare il mio posto». «Ti prego moglie, aiutami», sussurrò, e il suo sguardo si riempì di lacrime.

La donna lo fissò con occhi sereni e risoluti. «No, non permetterò che la morte ti prenda! Andrò io al tuo posto».

Il pover’uomo pensò che fosse giusto così. Quante volte aveva desiderato cambiare la moglie con una mula, con una vacca. Era ora che si rendesse utile.

La donna, pulì per bene la casa, stirò i panni del marito e li sistemò con cura nei cassetti. Poi infilò l’abito buono, quell’unica veste che possedeva, che aveva indossato il giorno delle nozze e nei giorni di festa, baciò i figli, il marito e si coricò nel povero giaciglio di paglia, aspettando che la morte passasse a prenderla.

Il pover’uomo capì che in questo mondo col denaro e col potere si compra tutto, ma non l’amore di una donna. Senza meritarlo era l’uomo più ricco della terra: possedeva l’amore impagabile della sua donna.

Alle prime luci dell’alba passò la Morte e trovò ad aspettarla sull’uscio della porta quell’uomo fortunato.